La Calabria, cimitero dei rifitui tossici
Secondo le dichiarazioni di un pentito della 'ndrangheta diverse navi' contenenti rifiuti radioattivi' sono state affondate al largo delle coste calabre

Da oggi in poi il mar Tirreno lascerà alle generazioni future nuovi tesori da scoprire. Non si tratta di monete, giare preziose o ori ma di qualcosa più d'avanguardia, di più moderno: si parla di un bel quantitativo di materiale radioattivo dalla provenienza dubbia che caricato su navi poi fatte esplodere, farà la gioia o l'imbarazzo dei futuri archeologi subacquei. C'è da precisare che sebbene alla popolazione del sud Italia piaccia festeggiare, e che ogni occasione è buona per accendere petardi, stelline e fuochi d'artificio in genere, nessuno era a conoscenza del fatto che delle vere e proprie battaglie navali, con tanto di “colpito e affondato”, si svolgessero nel mare calabrese, senza che nessuno sentisse uno scoppio simile. Da tempo, infatti, lungo le coste calabri c'è l'usanza, da parte della criminalità locale, di procurarsi casse di esplosivo per far brillare imbarcazioni piene di rifiuti tossici. E magari in un momento successivo anche di rivolgersi all'assicurazione per l'indennizzo, tutto ciò in assoluta libertà. Eppure la notizia era cosa risaputa. Le principali associazioni ambientaliste hanno più volte denunciato disastri simili, ma per ragioni che vanno dalle condizioni meteorologiche a quelle giuridiche difficilmente i relitti sono stati rintracciati.
A smuovere il lavoro degli inquirenti è stata la dichiarazione di un pentito della 'ndrangheta calabrese, un certo Francesco Fonti, arruolato nell'organizzazione fin dagli anni '60 e pertanto uomo di comprovata esperienza. Lui, che della 'ndrangheta conosce vita, morti e miracoli, ha incominciato a parlare. E dicendo una cosa oggi e un'altra domani è stato scoperto che una o forse due o meglio tre imbarcazioni (il quadro non è del tutto completo) sono state affondate in quelle acque per volontà di un gruppo di criminali.
Grazie alle parole rilasciate con dovizia di particolari ai magistrati, Francesco Fonti non solo ha fornito dettagli utili per ritrovare la nave inabissata, ma è tornato subito a beneficiare del programma di protezione per pentiti. In sintesi a largo di Cetraro, paesino in provincia di Cosenza, conosciuto per lo splendido mare e il caratteristico borgo, adagiata candidamente sul fondale sabbioso c'è la nave ribattezzata “dei veleni” fatta brillare nel 1993 da Fonti & Co. con dieci casse di esplosivo militare provenienti dall'Olanda. Lui c'era, ed è per questo che sapeva esattamente la posizione. Lui era presente anche quando venne accesa la miccia. Lui c'era. Ed ha parlato. E così si viene a sapere che se il nord Europa ha offerto in dono l'esplosivo, lui ha invece procurato i motoscafi necessari per scappare dopo l'affondamento, mentre il materiale prezioso (i rifiuti tossici) è un regalo probabilmente norvegese. Ma è ancora tutto da dimostrare.
L'uomo continua a raccontare, e così si viene a sapere che stessa sorte è toccata anche per altre due navi: una mandata verso lo Ionio, a Metaponto, e l'altra a Maratea. “Affondarle tutte e tre assieme lì abbiamo pensato che non era tanto intelligente”, ha dichiarato. Mossa che non tiene affatto conto del paese Italia, dove scoprire un gruppo di tre navi negli abissi avrebbe sprigionato le più assurde teorie come quelle di un attacco alieno, di un suicidio di massa, di un mostro di Loch Ness, anziché la tesi di uno zampino mafioso.
Adesso, grazie al ritrovamento archeologico, sarà possibile tracciare una nuova mappa del tesoro, da cui, secondo alcuni, potrebbero emergere, in punti ovviamente diversi del Mediterraneo, una ventina di barche con lo stesso tipo di carico velenoso, affondate dagli anni '80 fino ad oggi. Bruno Giordano, capo della Procura di Paola, è fiducioso: “Nessuno può più sostenere che le navi non ci sono”. Ma la domanda finale, ancora senza risposta, è: chi ha commissionato l'incarico alla 'ndrangheta?