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Morti quaranta operai nella fabbrica tessile Marlane di Praia

category cosenza | lavoro-non-lavoro | altri media author mer 30 settembre 2009 - 08:10author scritto da di CARLO CIAVONI e ANNA MARIA DE LUCA Segnala questo contributo agli amministratoriSegnala agli amministratori

Conclusa l'inchiesta della Procura di Paola, in provincia di Cosenza, sulla Marlane
Il lavoro dei magistrati è durato anni. Il primo fascicolo nel '99, un altro nel 2006

La Marlane di Praia
La Marlane di Praia

PAOLA - Ne sono morti quaranta di cancro. Altri sessanta hanno lo stesso male e sono ancora vivi. Erano tutti operai, colleghi, per anni fianco a fianco nell'azienda tessile Marlane, in provincia di Cosenza, a Praia a Mare. La Procura di Paola ha concluso le indagini, durate anni, e ha ipotizzato i reati di omicidio colposo dei dipendenti, la cui morte è stata attribuita alle condizioni di lavoro, e inquinamento ambientale.

Sono stati anni difficili per i parenti delle vittime, difficili per gli ex operai che dopo anni di lavoro in fabbrica combattono contro tumori che hanno colpito la vescica, o i polmoni, l'utero o la mammella. Le fasi delle indagini sono, per il momento, concluse, si attende ora la decisione di rinvio a giudizio di una decina di indagati.

Ci sono voluti anni e anni di indagini, prima lungo un doppio percorso, poi riportate in un unico fascicolo, per dimostrare la connessione tra i decessi e l'uso di alcune sostanze usate nella fabbrica di coloranti azoici, che contengono "ammine aromatiche", indicate da una ampia letteratura scientifica come responsabili delle insorgenze tumorali.

Tre procedimenti - il primo iscritto nel '99, il secondo nel 2006 (con sette indagati) e il terzo nel 2007 (con quattro indagati) - che il Procuratore Capo Bruno Giordano ha fatto confluire in un unico fascicolo. Più di mille operai hanno lavorato nell'azienda fondata negli anni '50 dal conte Rivetti. Si producevano tessuti di vario tipo, per lo più divise militari. Fino alla metà degli anni Sessanta, nella Marlane esistevano dei muri divisori tra i reparti.

Poi l'azienda passò dal Lanificio Maratea, nel 1969, all'Eni - Lanerossi. In quell'anno i muri che dividevano i reparti furono abbattuti e così la fabbrica diventò un unico ambiente di lavoro: la tessitura e l'orditura, trasferite dal lanificio del vicino comune di Maratea, vennero inserite tra la filatura e la tintoria, senza alcuna divisione fisica. E così i fumi saturi di sostanze chimiche di coloritura, provenienti dalla tintoria si espandevano ovunque. Una nube permanente e densa sugli operai.


A chi lavorava su certe macchine, alla fine della giornata veniva donata una busta di latte per disintossicarsi. Era l'unica contromisura proposta, che evidentemente non poteva bastare. I coloranti - quelli che generalmente vengono contenuti nei bidoni con il simbolo del teschio - venivano buttati a mano dagli operai in vasche aperte, dove ribollivano riempiendo di fumi l'ambiente e le narici dei lavoratori.

Senza aspiratori funzionanti. Gli operai tossivano e i loro fazzoletti diventavano neri. E poi c'era l'amianto. L'azienda dice di non averlo usato, ma chi ha lavorato nello stabilimento sa bene che i telai avevano freni con le pastiglie d'amianto, che si consumavano spesso e dalle quali usciva polvere respirata da tutti.

Nel corso del 1987 il gruppo tessile Lanerossi - già appartenente al gruppo ENI, di cui faceva parte la Marlane di Praia a Mare - venne ceduto alla Marzotto di Valdagno, che ne detiene ancora la proprietà. Negli anni '90 la svolta: arrivarono le vasche a chiusura, dove i coloranti potevano ribollire senza riempire l'aria di vapori. Ma per molti operai fu troppo tardi, dopo decenni di inalazioni tossiche. Nel 96 la tintoria è stata chiusa. Oggi l'azienda è vuota. Dismessa.

"Le indagini sono praticamente chiuse - ha dichiarato il Procuratore Capo di Paola, Bruno Giordano - recentemente abbiamo richiesto un ultimo sequestro preventivo che il gip ha emesso relativo all'area circostante lo stabilimento e credo che sia stato l'ultimo passo istruttorio da parte nostra.

Ora aspettiamo solo di chiudere formalmente le indagini". La Procura di Paola ha infatti sequestrato il terreno circostante l'azienda: sotto, tonnellate di rifiuti industriali. Sostanze che erano nocive ancora prima di diventar rifiuti e che per questo avrebbero dovuto seguire l'iter di smaltimento secondo legge. Ma evidentemente qualcuno ha preferito seppellirli lì. Per questo, all'indagine iniziale sulle morti bianche se ne è aggiunta una seconda: non si indaga solo sulle modalità del ciclo di produzione ma anche sull'interramento dei rifiuti. Così oggi la fabbrica, chiusa da cinque anni, non è sotto sequestro ma i terreni circostanti sì.

Secondo la Procura, gli operai deceduti potrebbero essere più di ottanta: non tutte le famiglie dei deceduti infatti hanno sporto denuncia. Per questo il dottor Giordano ha costituito un gruppo di lavoro per individuare tutte le eventuali parti offese. Per molti operai, tuttavia, sarà dificilissimo avere giustizia: tanti sono i casi caduti in prescrizione. Con la legge Cirielli, infatti, solo i decessi a partire dagli anni '90 possono rientrare nella vicenda giudiziaria in corso.

Le prime morti risalgono agli inizi degli anni '70. Tra i primi, nel '73, due trentenni che lavoravano con gli acidi. E così via. Qualcuno sostiene che i morti siano un centinaio, ma secondo l'azienda sarebbero "solo" una cinquantina. Dato, questo, che rivelerebbe un rischio pari a un caso su un totale di 1058 operai, nell'arco di 40 anni. Motivo per cui l'azienda non vuole riconoscere il nesso di causalità tra le morti e le sostanze lavorate in fabbrica per decenni.

Non è dello stesso avviso il prete del paese, che ha celebrato più di ottanta funerali di operai. E non lo sono neanche le vedove, gli orfani di padri morti dopo una vita trascorsa in fabbrica. E poi c'è la storia di un operaio ammalato di cancro, Luigi Pacchiano, che ha trovato il coraggio di far causa alla Marlene - e che ha denunciato di aver ricevuto minacce per la sua azione legale - ma a cui poi l'Inail ha riconosciuto la malattia professionale ed ha ottenuto dal tribunale di Paola un risarcimento di 220 mila euro.

Ma le questioni sulla Marlene non finiscono qui. Ci si interroga sui finanziamenti dall'Unione europea e dalla Regione, sulle storie di precariato e cassa integrazione, sui sindacati e sui partiti e persino, come si può leggere nei rapporti del Ministero della Sanità, sul mare non balneabile di fronte alla fabbrica, nonostante ci fosse un depuratore.

(30 settembre 2009)

 

Link correlati: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/incide...essil
author scritto da CARLO CIAVONI E ANNA MARIA DE LUCApublication date lun 5 ottobre 2009 - 18:30Segnala questo contributo agli amministratoriSegnala agli amministratori

Prosegue con fatica l'inchiesta di Praia a Mare, tra una Procura semi-vuota e due diverse
linee di difesa: una che punta solo all'omicidio colposo, l'altra a quello volontario, come alla Tissen Krup

PRAIA A MARE - Si respirava anche l'amianto nel reparto della morte alla Marlane-Marzotto di Praia, l'industria tessile sotto inchiesta per i 120 casi di tumore - finora accertati - direttamente attribuibili alle condizioni di lavoro nello stabilimento, oltre ai morti di cancro, che non si sa ancora quanti siano, ma che potrebbero essere oltre 150.

Si è appreso infatti che, in aggiunta alle "ammine aromatiche", altamente cancerogene, sprigionate dai coloranti azoici, gli operai e le operaie della Marlane-Marzotto erano costretti a convivere anche con le polveri d'amianto prodotte dai sistemi frenanti dei macchinari dello stabilimento tessile. Un inferno di veleni micidiali che per migliaia di giorni lavoratori ignari hanno inghiottito nei polmoni e assorbito nella pelle.

La Procura semi vuota. Gli unici due magistrati della Procura di Paola che seguono le indagini sono il procuratore capo, Bruno Giordano e la sostituta, Antonella Lauri. Ce n'è anche un altro, il dottor Stefano Berni Canani, ma sta per andarsene. Altri due sostituti lo hanno preceduto di recente. Così, ai due superstiti, non resta che infoltire faticosamente i fascicoli di questa inchiesta complicata, difficile e rischiosa. E probabilmente anche accerchiata da "strane reti di accordi" - l'espressione circola negli ambienti di palazzo di giustizia - che tenderebbero a costruire un processo dall'esito penale "morbido", che non faccia troppo male alla Marlene-Marzotto.

Le due linee di difesa. Un particolare aspetto della vicenda avvalorerebbe questa ipotesi: la diversa impostazione dei due collegi legali che hanno in carico gli interessi delle famiglie colpite. Da una parte, c'è chi persegue l'obiettivo di trascinare al dibattimento la Marlane-Marzotto per omicidio colposo. Dall'altra, c'è un gruppo di avvocati - che sta raccogliendo sempre più fiducia dalle famiglie delle persone colpite - i quali invece intendono perseguire la stessa linea di difesa adottata per gli operai della Tissen Krup, che portò all'incriminazione dei vertici del colosso siderurgico di Torino per "omicidio volontario con dolo eventuale".

Una formula che sancisce senza equivoci la piena conoscenza da parte del datore di lavoro dei rischi per la salute per i dipendenti, oltre alla colpevole e volontaria negligenza, nel perseverare a mantenere in condizioni di insicurezza il luogo di lavoro. Qualora prevalesse la prima ipotesi, il reato cadrebbe immediatamente in prescrizione, per effetto della legge ex Cirielli.

I certificati di morte fasulli. Risulta al momento molto difficile rintracciare un medico che ha lavorato nello stabilimento della Marlane-Marzotto, il quale si sarebbe detto disposto a raccontare che lui, assieme ad altri medici, sarebbero stati costretti a redigere certificati di morte "alleggeriti" per operai in realtà devastati dal cancro. Si era detto disponibile a collaborare con la giustizia, ma per ora sembra sia irreperibile.

l disastro ecologico. L'altro capitolo importante dell'inchiesta è quello che ha a che fare con l'inquinamento dei terreni circostanti la fabbrica e, di conseguenza, anche della spiaggia e del mare, che sono proprio lì di fronte. Per ora, non si sa ancora se i giudici della Procura hanno intenzione di inquisire la Marlene-Marzotto di "disastro ambientale". La perizia che servirà loro per decidere è firmata dalla professoressa Rosanna De Rosa ("Scienza delle terra" all'Università della Calabria). Dalle carte emerge che nei terreni di proprietà della Marlane, negli anni sono stati seppellite tonnellate e tonnellate di schifezze di ogni sorta, dal "cromo esavalente" ad altri veleni dannosissimi per l'ambiente.

I tumori in aumento. A Paola c'è un gruppo di otto medici di base, che assistono 12.590 cittadini, in carico al Servizio Sanitario Nazionale. Il dottor Cosmo De Mattei coordina il lavoro di questa équipe spontanea, sorta sull'onda dell'allarme provocato dall'aumento preoccupante di casi di cancro nella città del Cosentino. I dati messi insieme dalle esperienze incrociate degli otto professionisti sono questi: su 12.590 persone ci sono stati 241 casi di cancro: una percentuale 4 volte superiore alla media nazionale nella fascia d'età fino ai quarant'anni.

Ma l'aspetto più inquietante è che ad essere colpiti sonosoprattutto persone giovani, nella fascia 34-40 anni. Al momento non è possibile individuare alcun nesso tra questa realtà e le vicende della Marlane-Marzotto, né con la storia delle due cosiddette "navi dei veleni", una ancora immersa sotto 500 metri d'acqua a largo di Cetraro, la Cunsky; l'altra, la Jolly Rosso, rimasta sulla spiaggia di Amantea per sei mesi e poi smantellata dopo essere stata svuotata dalle sostanze venefiche che trasportava, sotterrate in tutta fretta in una cava disabbia vicino al fiume Oliva.

(5 ottobre 2009)

 

Link correlati: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/incide...-tess
author scritto da reporterpublication date mer 21 ottobre 2009 - 21:54Segnala questo contributo agli amministratoriSegnala agli amministratori

La vicenda dell'azienda tessile di Praia a Mare. Imputati di omicidio colposo
disastro ambientale, inquinamento. Tra loro anche l'attuale sindaco

La morte in fabbrica, conclusa l'inchiesta
14 indagati per 100 operai vittime di tumori

 

PAOLA (COSENZA) - L'inchiesta sulla fabbrica della morte, la Marlane-Marzotto di Praia a Mare, dove sono deceduti almeno una centinaio di operai, si è conclusa con quattordici avvisi di reato per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, disastro ambientale, violazione della legge sull'inquinamento e violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro.

E' solo l'inizio. Il Procuratore capo di Paola, Bruno Giordano e la sua sostituta, Antonella Lauri, hanno così portato a termine, con pochissime forze e risorse, un'inchiesta complicatissima che ha prodotto due stanze zeppe di documenti, che rappresentano solo l'inizio di un percorso giudiziario destinato ad avere nuovi clamorosi sviluppi.

Le difficoltà incontrate dalla Procura di Paola (per le quali il collegio di difesa delle persone colpite che fa capo all'avvocato Lucio Conte e al professor Marcello Gallo ha diffuso una nota di apprezzamento) sono legate soprattutto all'individuazione di tutti i dipendenti che nel corso degli anni hanno lavorato nello stabilimento tessile e che sono stati colpiti da tumore. Il passo successivo sarà poi quello di stabilire un nesso tra la loro presenza in fabbrica e la malattia contratta.

Due linee di difesa. Esistono al momento due linee di difesa delle famiglie colpite. Da una parte, quella che punta all'omicidio colposo, peraltro già ipotizzato dalla Procura, dall'altra quello di un altro gruppo di avvocati che invece punteranno ad affermare la tesi "Thyssen Krup", vale a dire "l'omicidio volontario con il dolo eventuale". Formula che tenderebbe ad affermare - come accadde nel processo per la strage del 6 dicembre 2007 nell'acciaieria torinese - la consapevolezza del rischio e la perseveranza nel non provvedere con misure di sicurezza adeguate.

I quattordici avvisi di reato a conclusione delle indagini hanno coinvolto altrettanti ex dirigenti ed ex responsabili della fabbrica, chiusa da anni. Tra gli indagati figurano dirigenti ed ex dirigenti dello stabilimento.

Ecco i loro nomi. Silvano Storer, Antonio Favrin, Jean De Jaegher, Carlo Lomonaco (attuale sindaco di Praia a Mare e per anni direttore del reparto tintoria della fabbrica, cioè il luogo a maggior rischio dello stabilimento) Attilio Rausse, Lorenzo Bosetti, Bruno Taricco, vincenzo benincasa, Salvatore Cristallino, Ivo Comegna, Giuseppe Ferrari, Lamberto Priori, Pietro Marzotto, Ernesto Emilio Fugazzola.

Le sostanze mortali. Secondo la Procura, il cui accertamenti si sono basati su diverse consulenze, ci sarebbe una stretta connessione tra i decessi e l'uso di alcune sostanze usate soprattutto nel reparto tintoria come coloranti azoici, che contengono ammine aromatiche, responsabili delle patologie tumorali.
Inoltre, viene ipotizzato che alcuni decessi possano essere stati provocati dall'uso di amianto presente sui freni dei telai utilizzati nella fabbrica.

Il Comune parte civile? I magistrati stanno indagando anche sullo smaltimento di rifiuti provenienti dalla produzione della Marlane e in questo contesto hanno sequestrato il terreno circostante l'azienda. In relazione a quest'ultimo aspetto, ci si aspetta che il Comune di Praia a Mare si costituisca parte civile, nonostante il suo primo cittadino sia tra i principali indagati.

(20 ottobre 2009)

http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/cronaca/incidenti-lavoro-4/fabbrica-tessile-3/fabbrica-tessile-3.html

 

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